Giungemmo, così, alla stagione 1966-67, con l’Inter più che mai determinata a confermarsi in Italia
e a riconquistare il primato in Europa. L’estate di quell’anno fu più amara che mai per il calcio
italiano. Si erano svolti i Mondiali in Inghilterra e la nostra Nazionale, ancora una volta, usciva con
le ossa rotte. L’eliminazione al primo turno fu resa ancor più umiliante perché fummo estromessi
dai dilettanti della Corea del Nord. Uno dei motivi principali di tale eliminazione fu la scelta del CT
Edmondo Fabbri di non affidarsi al cosiddetto "blocco della Grande Inter". Fabbri preferì una
selezione più eterogenea, includendo giocatori di diverse squadre, con solo tre giocatori nerazzurri
nella formazione base. Questa decisione fu ampiamente criticata perché l'Inter aveva una difesa
solidissima, un gioco collaudato ed esperienza internazionale che avrebbe potuto garantire maggiore
compattezza e affidabilità.
Ma torniamo a noi. All’inizio della stagione ’66-’67 l’Inter partì come un rullo compressore: guidò
la classifica dalla prima alla penultima giornata, inanellando vittorie su vittorie, seppure
intramezzate da alcune battute a vuoto. Il calendario si rivelò estenuante: tra campionato, Coppa dei
Campioni e Nazionale, i nerazzurri si presentarono al rettilineo d'arrivo stanchi e affaticati, ma
sempre comunque in grado di poter portare a casa scudetto e coppa dei campioni.
Nel massimo torneo continentale l’Inter sembrava invincibile. Eliminò, nell'ordine, la Torpedo di
Mosca, il Vasas di Budapest, il Real Madrid e il CSKA di Sofia. Memorabili furono soprattutto le
due trasferte di Budapest e Madrid, dove l'Inter diede autentiche lezioni di calcio ai forti avversari,
regolandoli con il medesimo punteggio di 2-0. In particolare, il primo gol che Sandro Mazzola siglò
contro gli ungheresi del Vasas, è ricordato come una delle più belle reti dell'intera storia del calcio.
L'Inter arrivò così in finale contro gli scozzesi del Celtic Glasgow, a Lisbona. Ma a questo punto
esplosero i problemi: Suarez, il perno attorno al quale girava tutta la squadra, si infortunò e non
giocò la finale, molti giocatori nerazzurri si sentirono male per una probabile intossicazione e la
stanchezza si fece più che mai sentire. Eppure l’Inter partì bene, andò in vantaggio e resse fino al
60’. Mantenne la parità fino a sei minuti dal termine, ma poi il Celtic realizzò il gol decisivo e si
aggiudicò la sua prima ed unica coppa dei campioni. Per me, come per tanti tifosi nerazzurri, fu una
delusione che mi fece piangere.
E l'agonia non era ancora finita. Arrivò il 1° giugno 1967: trasferta a Mantova, ultima giornata del
campionato. L'Inter era ancora in testa e precedeva la Juventus di un punto, ma l’atmosfera in
campo, a Mantova, era surreale: troppe cose strane sarebbero successe. Il primo tempo volò via tra
traverse di Mazzola e grandi parate di Zoff, allora portiere del Mantova, ma il risultato rimaneva
fermo sullo 0-0. All’inizio della ripresa un innocuo cross di Di Giacomo beffò Sarti: la palla gli
scivolò dalle mani e finì in rete. Calò il gelo su tutti i tifosi dell'Inter. Nel finale, Suarez e Mazzola
vennero atterrati in area, ma non furono assegnati rigori. L’Inter cadde a un passo dal traguardo e la
Juventus ci superò di un punto, aggiudicandosi lo scudetto.
Era un giorno d’inizio giugno, ma per me sembrava già inverno, perché il buio della delusione era
calato nel mio cuore. Solo pochi giorni prima, avevo visto svanire il sogno della Coppa dei
Campioni e ora, incredibilmente, anche il campionato era scivolato via, per colpa di una partita
stregata a Mantova. La mia Inter, la squadra che credevo invincibile, quella che aveva dominato
l’Italia, l’Europa e il Mondo, improvvisamente si era dissolta.
Gli occhi mi si riempirono di lacrime senza che potessi fermarle. Quella rete subita in modo assurdo
e gli evidenti rigori non concessi davano la consapevolezza che il destino ci aveva voltato le spalle
proprio sul più bello.
Ma io non ero il solo a piangere. In ogni angolo d'Italia, tra i cuori nerazzurri si respirava una
disperazione collettiva. L’Inter non era una squadra qualsiasi: era l’orgoglio di una generazione,
l’emblema di una visione calcistica fatta di tattica, forza e genio. La Grande Inter aveva dominato
per anni, aveva portato in alto il nome dell'Italia nel mondo, e io mi chiedevo se sarebbe mai potuta
tornare a essere quella di prima.
2 – continua
Roberto Lombardo
