I tre anni che seguirono quella giornata amara di Mantova furono un viaggio tra speranza e disillusione. Il sogno infranto del 1967 lasciò spazio a un periodo di cambiamento doloroso: la Grande Inter si sgretolava. Le bandiere iniziavano a salutare, i pilastri della difesa come Guarneri e Picchi lasciavano un vuoto che sembrava incolmabile. Ma le ferite più grandi furono l’addio di Angelo Moratti, del Mago Helenio Herrera e di Italo Allodi, gli uomini che avevano costruito una squadra leggendaria.
Tuttavia, c’era ancora qualcosa che riaccendeva l’orgoglio: la Nazionale. Il trionfo europeo del 1968 e la gloriosa cavalcata mondiale del 1970, culminata però nella sconfitta in finale contro il Brasile di Pelé, avevano avuto un forte contributo interista. Era un pallido riflesso della grandezza passata, ma sufficiente a non spegnere del tutto l’orgoglio di appartenenza.
Poi, nel 1970-71 arrivò, sotto la Presidenza Fraizzoli, un’inaspettata rinascita. Sei veterani della Grande Inter continuarono a incarnare lo spirito vincente: Facchetti, Mazzola, Burgnich, Corso, Bedin e Jair. A loro si aggiunsero nuovi campioni, su tutti Roberto Boninsegna, un bomber che seppe far dimenticare l’amarezza degli anni bui. L’arrivo di Giovanni Invernizzi come allenatore fu la scintilla che condusse i campioni nerazzurri verso una volata vincente. Io, che ormai avevo raggiunto i sedici anni, rivissi emozioni che pensavo perdute. L’Inter tornò a dominare, conquistando uno scudetto inaspettato e bellissimo.
Nel 1971-72, la squadra dimostrò ancora una volta la sua forza anche in Europa. La cavalcata fino alla finale di Coppa dei Campioni fu un viaggio di orgoglio e di riscatto. Ma lì, ad aspettarla, c’era l’Ajax di Amsterdam. Johan Cruijff e i suoi compagni rappresentavano il calcio del futuro, quello totale e rivoluzionario. E in quella notte di Rotterdam, sede della finale, la resa fu definitiva. Io, giovane tifoso interista, ormai quasi diciottenne, guardai quella partita con una strana consapevolezza: non era solo una sconfitta, ma era un passaggio di consegne. Come l’Inter aveva raccolto l’eredità del Real Madrid negli anni Sessanta, ora toccava all’Ajax prenderne il testimone.
Non c’erano più lacrime in me, ma solo rispetto, orgoglio e realismo. La Grande Inter degli anni Sessanta si era concessa un ultimo trionfo nel 1970-71, ma quello scudetto fu il canto del cigno di una compagine straordinaria. La mia squadra aveva rialzato la testa, ma ogni ciclo vincente ha il suo capolinea. La Grande Inter era ormai leggenda, ma il mio amore per quei colori non si sarebbe mai spento.
E allora, riaffiora nella mia memoria la formazione che per noi tifosi interisti suonava come una filastrocca perfetta, una sequenza di nomi scolpiti nel marmo della leggenda: Sarti, Burgnich, Facchetti; Bedin, Guarneri, Picchi; Jair, Mazzola, Peirò; Suárez, Corso. Senza dimenticare altri nomi importanti — Tagnin, Domenghini, Milani, Cappellini, Buffon, Zaglio, Di Giacomo — e tutti coloro che, in quel quinquennio irripetibile, hanno dato un contributo prezioso.
Quegli anni, scanditi dai trofei e dalle epiche partite, non sono stati per me soltanto momenti di gloria sportiva, ma vere e proprie lezioni di vita. Le sfide e le vittorie della Grande Inter, guidata da Helenio Herrera, sotto la presidenza di Angelo Moratti, mi hanno insegnato che il coraggio, il lavoro di squadra e la volontà di lottare, anche nei momenti difficili, sono le chiavi per raggiungere traguardi importanti.
Quel bambino che aveva tanto gioito e che poi aveva pianto davanti alla radio il primo giugno 1967 è ora un uomo anziano, con una vita piena alle spalle. La fede in Dio, l’amore per la famiglia, la passione per lo studio, la dedizione per il lavoro di insegnante e l’impegno sociale sono stati i pilastri su cui ha costruito la sua esistenza. Eppure, in ogni fase della sua vita, anche l’Inter è rimasta una presenza costante, una scuola di vita capace di insegnargli valori fondamentali.
Fine
Roberto Lombardo
